Etica e sperimentazione animale

Questo articolo e' stato tratto dal numero di aprile 1997 di "Le Scienze". Ringraziamo la redazione della rivista per averci concesso di riportarlo sul nostro sito.
L'autrice dell'articolo e' Paola Cavalieri, direttrice di "Etica & Animali".



Espressa a grandi linee, la tesi a favore della sperimentazione animale sostiene che, quando si tratta di non-umani, e' lecito operare quel calcolo aggregativo di costi e benefici senza vincoli collaterali che viene ritenuto inammissibile nel caso degli esseri umani. In altre parole, noi possiamo infliggere danni anche finali agli animali a vantaggio di umani (e talvolta di altri animali), mentre al contrario gli esseri umani sono protetti da una sorta di steccato morale, di norma formulato in termini di diritti fondamentali, che ne preclude l'uso come mezzi per fini altrui.

Due sono le principali linee argomentative avanzate a sostegno di tale distinzione. La prima e piu' semplice fa appello all'appartenenza di specie. Cio' che ci autorizza a trattare diversamente gli animali non-umani e', appunto, il fatto che non siano umani. Cosi' espresso, l'argomento ha un vago sapore di tautologia. E questo perche' l'appartenenza di specie, in se', e' priva di rilievo morale. Che le distinzioni biologiche non possano giocare un ruolo in etica e' stato chiaramente riconosciuto a partire almeno dall'universale condanna di razzismo e sessismo. Piu' direttamente, le discussioni bioetiche stimolate dai recenti progressi biomedici hanno portato a distinguere tra essere umani nel senso biologico di appartenere alla specie Homo sapiens, ed essere umani nel senso valutativo di possedere alcune specifiche caratteristiche psicologiche, spostando tutto il peso etico sulla seconda accezione. In questa direzione si muovono, tra l'altro, la nozione di vita biografica in quanto contrapposta alla mera vita biologica, e la profonda revisione dei concetto di persona.

Tutto cio' conduce alla seconda linea argomentativa a sostegno della sperimentazione animale. Si tratta in sostanza dell'appello a una teoria del valore di tipo gradualistico, i cui criteri, per quanto variabili, possono tutti ricondursi a qualche forma di mentalismo. Secondo tale prospettiva, sarebbe lecito usare animali nonumani, ma non esseri umani, in esperimenti scientifici di carattere letale, a causa dei maggior valore proprio di questi ultimi. Il valore in questione - sia esso inteso nel senso oggettivistico dei possesso di facolta' dotate di rilevanza intrinseca, ovvero nel senso soggettivistico del possesso di caratteristiche tali da ampliare la gamma di opportunita' di soddifazione - attribuirebbe una priorita' etica agli esseri che ne sono dotati, facendone per cosi' dire dei pazienti morali di prima classe.

A prima vista, l'appello al valore su basi mentalistiche sembra trovarsi su un terreno teorico meno scivoloso dell'appello alla mera appartenenza di specie. E tuttavia, esso presenta una non trascurabile difficolta': una ristrutturazione in senso gerarchico della comunita' morale intraumana. Una volta stabilito, infatti, l'aggancio tra status morale e capacita' mentali - che si tratti della razionalita', dell'autocoscienza, della capacita' di reciprocare o di altro - non puo' essere limitato alle relazioni etiche tra umani e non-umani. La coerenza impone che esso venga fatto valere anche a livello intraumano. Cio' significa che il principio del valore differenziato su basi mentalistiche condurrebbe, nel caso in esame, a considerare lecito l'utilizzo senza vincoli collaterali nella ricerca scientifica di umani che non rispondono al modello utilizzato per tracciare la linea nei confronti degli animali - senza dubbio i cerebrolesi e i disabili mentali gravi e, a seconda del preciso criterio scelto, anche molti individui con handicap mentali di minore entita'.

E' implausibile ritenere che i fautori della sperimentazione animale siano disposti ad accogliere una simile implicazione della loro tesi. Ed e' anche implausibile che l'appello alla specie, una volta analiticamente chiarito, conservi le sue attrattive teoriche. Se e' così, l'onere della prova viene spostato dalle spalle dei critici a quelle dei difensori della sperimentazione animale. E questo, in etica, non e' un risultato di poco conto.

Crimini nascosti

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